MELONI VALENTINA

Opera di Salvador Dalì
Opera di Salvador Dalì

Non ricordo quando iniziò il mio Viaggio. Il primo passo verso il Mare

fu spontaneo come il nascer d’un respiro. L’avventura, il suono delle onde,

gli occhi aperti oltre l’Orizzonte e la voglia acerba e ingenua di gonfiare le Vele

hanno scandito la Partenza… Prendere il largo, circumnavigare la via della Speranza,

domare la Bufera, chiamare il Vento soffiando via le nubi minacciose, è lavorio d’Amore [1].

Tempeste e carestia non mi hanno mai fermata, neppure Ciclopi e Lestrigoni[2]

mi hanno avuta ancora, ma l’irato Nettuno dal carro spumoso trainato da ippocampi,

mi avrebbe trascinata nei suoi gorghi, mentre ero persa negli abissi infidi della mente…

Armato del tridente che genera marosi, mi avrebbe trapassato il Cuore, se la mia voglia

di respirare, il Soffio Primordiale che anima tutta l’esistenza, non mi avesse tenuta a galla.

Eccomi, crepe nella chiglia, le vele rattoppate, Ferite aperte nello scafo,

topi clandestini nella mia Stiva stipata di Emozioni, ma l’Albero Maestro,

pilastro di ogni certezza fatta salva, svetta altero, piantato saldamente nel fasciame,

ed io lo vedo, Malus [3], come in Cielo così in Mare, costellare il mio Orizzonte di mete nuove,

pallide e luminose stelle di Argo[4], aghi minuscoli della mia Bussola a indicar la meta.

Quando, nella mitezza di Scirocco che semina deserti, ascolto il richiamo delle Sirene,

s’annuvola il mio Cielo seppur trafitto da un raggio di Speranza[5], ma non lo inseguo

oltre un miglio dentro al tranello della Fantasia… Una sola Musica più di tutte mi appartiene,

la cui armoniosa Melodia, è sconosciuta ad altri orecchi e, desta, mantiene la mia Fame

di radici e argilla e un unico Pensiero che riaffiora come il sale… Itaca [6].

 

 

L’onda più alta fende a poppa, Polena[7], dai turgidi seni al vento, e suona la Conchiglia

senza tempo con lo sguardo rivolto sempre al mare, ali di spuma e nuvole a corteggiare il Cielo.

Io non conosco, ignara della sua visione, il giorno in cui il suo canto annuncerà di Terra in vista.

A ogni musica un approdo e a ogni porto un’Avventura che non sazia la mia sete di conquiste.

Conservo dentro, la nostalgia di paesaggi antichi, esotiche foreste d’ebano, e concerti di Silenzi

che nessun altro Viaggio potrebbe mai eguagliare. Tante le ricchezze in sorrisi e lacrime

più preziosi, certo, di corone d’avorio e gocce di diamanti. Nuda, senza corazze, sfido le correnti,

il volto scuro e aperto non teme Vento, e io non lo considero più un mio nemico, anche se

qualche volta lo maledico, non lo nego… ma senza lui, già so, che mi dovrei fermare.

Accarezzo la mappa di rughe e cicatrici sulla mia pelle sfigurata, eppure no! Non voglio riposare,

che mille mete ancora anelo e il mio sposo, il mare[8], non tradirei per nessun focoso amante.

Per lui ogni mese ancora m’inghirlando, novella Yemaya[9], di petali d’Oceano,

la chioma di ricci scompigliati profumo con il Kyphi [10], e custodisco i giorni

che mi separano da Lei, nell’eco delle conchiglie azzurre della mia collana cristallina [11].

E’ il tesoro più prezioso di ogni tempo quel Richiamo selvaggio che ad ogni Fortunale

mi spinge incontro alla mia Itaca, e sempre Lei mi attende, Pallido Miraggio[12]

di là da ogni linea di confine, come una Moira in cerca del suo nome[13]… E allora sento

che non è la Meta il mio ultimo Orizzonte, né sarà Lei[14] l’ambito premio per ogni patimento,

ma il Viaggio[15] stesso che anelava il Mare, la Rotta inseguita sulla soglia del Mistero,

il Timone abbandonato, la Deriva di un Sentimento antico che non sa dove approdare [16].



[1] Riferimento a un passo di Kahlil Gibran sul lavoro da “Il profeta “: “E cos'è il lavorio d’amore ?
E' tessere un abito con i fili del cuore […] E' diffondere in tutto ciò che fate il soffio del vostro spirito […]”

 

[2] Tucidide nel libro VI delle sue Storie ci parla delle popolazioni barbare esistenti in Sicilia prima della colonizzazione greca.« Si dice che i più antichi ad abitare una parte del paese fossero i Lestrigoni e i Ciclopi, dei quali io non saprei dire né la stirpe né donde vennero né dove si ritirarono: basti quello che è stato detto dai poeti e quello che ciascuno in un modo o nell'altro conosce al riguardo »Omero parla dei Ciclopi nell'Odissea (libro IX) quando Odisseo li incontra in Sicilia, dove vivono dediti alla pastorizia e, isolati l'uno dall'altro, in caverne; ma dalle ricostruzioni storiche fatte si pensa fossero degli abili artigiani del ferro. In questo passo i Lestrigoni e i Ciclopi stanno a simboleggiare un ipotetico nemico, inteso sia come presenza umana sia come presenza metaforica di qualcosa di subdolo ed estraneo che vuole impadronirsi della psiche.

 

[3]L'Albero Maestro (Malus in latino) era un asterismo facente parte della costellazione della Nave Argo. Situato nei pressi della Poppa, attualmente viene incorporato nella Bussola. La sostituzione dell'Albero Maestro con la Bussola va attribuita all'abate francese Nicolas Louis de Lacaille, lo stesso cui si deve lo «smantellamento» in più costellazioni della Nave Argo.

 

[4] Qui Argo è inteso con il doppio riferimento di costellazione e nave. Argo (in greco antico Αργώ) era la mitica nave che portò Giasone e gli Argonauti alla conquista del vello d'oro. Dopo il riuscito viaggio, Argo venne consacrata a Poseidone nell'istmo di Corinto. Venne quindi trasportata in cielo e trasformata nella costellazione Nave Argo.

« Era accendeva in questi semidei un suadente dolce desiderio della nave Argo perché nessuno presso la madre restasse in disparte a marcire lontano dai rischi la vita, ma trovasse con gli altri coetanei, anche a prezzo di morte, il miglior elisir del suo valore. E quando il fiore dei naviganti discese a Iolco, Giasone tutti li passa in rassegna e li elogia »

(Pindaro, Le Pitiche, Pitica IV, versi 327-337)

 

[5] Durante le fasi della vita aride, prive di sentimento (nella mitezza di Scirocco che semina deserti) è facile lasciarsi andare alle illusioni(il richiamo delle Sirene) e, seppure la vita sembra rabbuiarsi, nonostante la Speranza la pungoli di sofferta luce ad ogni illusione (s’annuvola il mio Cielo seppur trafitto da un raggio di Speranza) non presto loro ascolto, non seguo le illusioni, ma vado verso la mia meta (ma non lo inseguo oltre un miglio dentro al tranello della Fantasia).

Questi versi s’ispirano, richiamano e allo stesso tempo si contrappongono alla poesia di Salvatore Quasimodo « Ognuno sta solo sul cuor della terra/trafitto da un raggio di sole:/ed è subito sera. » in cui il Poeta ha racchiuso i tre momenti della vita dell'uomo: la solitudine, derivata dall'incomunicabilità; l'alternarsi della gioia e del dolore; il senso della precarietà della vita. Ognuno, dice il poeta, pur vivendo in mezzo agli uomini (sul cuor della terra) si sente fortemente solo (a causa dell'impossibilità di stabilire un rapporto duraturo con qualcuno). Tuttavia, pur essendo solo, viene stimolato dalle illusioni (un raggio di sole), dalla ricerca di una felicità a volte apparente. Questa ricerca è nello stesso tempo gioia e dolore, perciò usa il termine "trafitto", cioè, ferito dal raggio di sole stesso. E intanto, come alla luce del giorno succede rapidamente l'oscurità notturna, per la vita dell'uomo giunge la morte: ed è subito sera.

 

[6] Tutta la poesia (titolo compreso) è liberamente ispirata al componimento “Itaca” di Kostantinos Petrou Kavafis, poeta e giornalista greco vissuto a cavallo di due secoli (1863 – 1933), poesia in cui egli dipinge in maniera egregia la metafora del viaggio come vita attraverso richiami omerici. Itaca è una delle sue poesie più famose, un pensiero riguardo al senso della vita, nel quale il mito di Ulisse si sposa alle grandi domande esistenziali. Itaca è sia la meta ultima, la morte, che il viaggio che ad essa porta, la vita: i due volti di una stessa medaglia, inseparabili e irriconoscibili l’uno senza l’altro. Anche “La mia Itaca” non è una meta geografica e neppure reale, è la ricerca, è un viaggio, appunto, nel mare metafisico dei sentimenti e degli avvenimenti che tracciano le rotte dell’esistenza fino al suo consumarsi…

 

[7] Il termine polena deriva dalla parola francese poulaine (rostro), precisamente souliers à la poulaine, e risale presumibilmente al secondo decennio del Seicento. Nell’Ottocento si ha un vero fiorire delle decorazioni delle prore delle navi. Allora le polene avevano un significato particolare, venivano realizzate da abili intagliatori e spesso erano dorate o dipinte. Certo l'uso di decorare la prora delle navi con immagini pittoriche o sculture è molto più antico: sembrerebbe infatti risalire alla battaglia di Salamina (480 a.C.), quando l'ateniese Licomede avrebbe offerto ad Apollo le insegne della prima nave persiana catturata. L'usanza nasce o come segno di scaramanzia contro le potenze avverse presenti nell'immaginario collettivo della gente di mare, oppure di ossequio verso le divinità, per ottenerne tutela nel corso della navigazione. Le polene infatti erano in prevalenza rappresentazioni di spaventosi mostri marini che dovevano guadagnarsi il favore della divinità non sempre ben disposta, oppure domarla, spaventarla e scacciarla. Su navi grandi e di prestigio le polene raffiguravano i proprietari o i capitani, oppure personaggi della mitologia marina o ancora figure femminili quali personificazioni di avvenimenti storici fenomeni naturali ecc. Le polene erano normalmente il riflesso della fantasia e indicavano le caratteristiche dell’imbarcazione e le credenze religiose o la superstizione dell’equipaggio. I marinai, infatti, erano convinti che la polena sulla prora li avrebbe difesi da sciagure naturali, dal maltempo, dalle correnti marine, ma anche da ignote forze soprannaturali delle quali avevano un sacro timore. Erano i marinai che si prendevano cura delle polene in quanto una scultura danneggiata portava sfortuna a tutto l’equipaggio. Qui Polena richiama il significato di scultura vivente e di figura mitologica come alter ego della donna che vive questo viaggio in prima linea.

 

[8] Il mare, lo sposo simbolico del Viaggio della vita, qui è inteso, nel movimento di onde e maree, come metafora del moto interiore che anima l’esistenza.

 

[9] Yemaya o Yemanja, Yemojá, Yemonja, Yemalla, Yemana, Ymoja, Iamanje, Iemonja, Imanje è la dea africana degli oceani e di tutte le acque è la Dea Madre per eccellenza degli Yoruba, appartenente quindi alla tradizione afro-caraibica.
Quando la gente Yoruba fu resa schiava, la loro Dea venne con loro, sostenendone la vita anche nei tempi più bui, nel nuovo mondo. E così divenne Yemaya, la madre dell’oceano, perché fu così che la sua gente per la prima volta venne in contatto con l’oceano. Come Yemaya Afodo, sempre in Brasile, protegge le navi che viaggiano per mare. In alcune parti del Brasile viene onorata quale Dea degli oceani e festeggiata nel solstizio d’estate.

Yemaya è colei che crea, è madre della vita, e governa le acque degli oceani, dei mari e dei fiumi che conducono al mare. E poiché si ritiene che la sua vita abbia avuto inizio nel mare, si crede anche che tutta la vita sia iniziata con Yemaya. Il suo nome è la contrazione di Yey Omo Eja, che significa “madre i cui figli sono i pesci”. La storia narra di come diede la vita a ben quattordici degli Orisha (gli Orisha sono gli spiriti guardiani) quando, rapita e violentata dal suo stesso figlio, che in seguito a ciò maledì, causandone la morte, scelse poi di morire e si recò sul picco di un monte. Qui le si ruppero le acque e si riversarono copiosamente sulla terra. E proprio dalle sue acque uterine nacque l’oceano mentre dal suo ventre uscirono i quattordici Orisha, o divinità Yoruba.  E’ anche sorella e moglie di Aganju, dio della terra, e madre di Oya, Dea dei venti, di cui però è più importante, poiché l’aria a sua volta si forma dagli oceani e dai mari. Yemayà è una Dea molto amorevole e compassionevole e da lei nasce l'amore che insegna a tutti gli Orisha. E’ materna e molto protettiva e tiene profondamente a tutti i suoi figli, che conforta e allevia dalla tristezza e dal dolore. Nondimeno è indomabile e astuta e se si arrabbia può diventare tremenda, come la furia del mare.  Yemaya è principalmente Dea di fertilità e le donne la invocano sia quando devono dare alla luce i loro figli che quando desiderano ottenere una gravidanza. Tra i suoi attributi ci sono la luna e il sole, l'ancora, il salvagente, le scialuppe e oggetti lavorati in argento, acciaio, latta e piombo che richiamano il mare. Il suo simbolo è una stella a sei punte, una conchiglia aperta e la luna. Il suo numero è il sette, come sette sono i mari e il suo giorno il sabato.

 

[10] Il kyphi (descrizione del greco Plutarco nell’opera Iside e Osiride)è un profumo composto da sedici materiali: miele, vino, uva passa, cipero, resina, mirra, legno di rosa. Si aggiungono lentisco, bitume, giunco odoroso, pazienza, ginepro, cardamomo e calamo aromatico, ma non con casualità, bensì secondo le formule indicate nei libri sacri“. Il Kyphi era una delle fragranze più diffuse e famose, impiegata da faraoni e regine per il suo potere benefico e seduttivo di cui si conoscono numerose ricette, alcune delle quali comprendenti poco più di una decina di ingredienti fino ad arrivare a più di sessanta essenze. Si dice, tra le altre cose, che gli Egizi lo applicassero sui capelli e nelle parti intime per migliorare la propria vita amorosa. Per lo storico greco, inoltre, questo scent era in grado di “favorire il sonno, aiutare a fare dei bei sogni, rilassare, spazzare via le preoccupazioni quotidiane, dare un senso di pace.“ Un’altra celebre ricetta del Kyphi è riportata dalle iscrizioni della stanza del laboratorio del tempio di Horus a Edfou. Questa costruzione, una delle più antiche e meglio conservate della civiltà egizia, fu edificata tra il 237 e il 57 a.C. sul luogo in cui il dio, secondo le credenze dell’epoca, aveva combattuto una battaglia. L’uso di questo unguento e incenso sta ad indicare qui la sacralità dell’incontro amoroso.

 

[11] Essendo una Dea del mare, viene spesso rappresentata come una bella donna che indossa una lunga veste a sette veli con serpentine nei colori blu e bianchi, come le spumeggianti onde del mare. In mano generalmente tiene un ventaglio in oro e madreperla, adornato con perline e conchiglie e indossa una splendida collana di cristalli azzurri come il mare. Le conchiglie infatti le sono sacre e i suoi luoghi di venerazione sono la riva del mare o dei grandi fiumi che vanno verso il mare. Le sue pietre sono l’acquamarina, il lapislazzuli, e tutti i cristalli del colore del mare, oltre alle perle, i coralli e la pietra di luna e tutti i cristalli dell’elemento acqua. Ogni conchiglia della collana cui si fa riferimento qui è usata per contare i giorni che mancano alla fine del viaggio e quindi simboleggiano anche gli anni di vita trascorsi quasi che il tempo si dilati nell’arco di tutta l’esistenza.

[12] Itaca è il viaggio stesso che a volte ci illude e che non possiamo mai sapere dove ci porterà, non sappiamo se quel che vediamo è illusione o realtà, se il miraggio che ci aspetta dietro ogni confine si possa trasformare in qualcosa di concreto.

 

[13] Le tre Moire, assimilate anche alle Parche romane e alle Norne norrene, sono figure appartenenti alla mitologia greca. Figlie di Zeus e Temi, erano la personificazione del destino ineluttabile. Il loro compito era tessere il filo del fato di ogni uomo, svolgerlo ed infine reciderlo segnandone la morte.Erano tre: Cloto, nome che in greco antico significa "io filo", che appunto filava lo stame della vita. Lachesi, che significa "destino", che lo avvolgeva sul fuso. Atropo, che significa "inevitabile", che, con lucide cesoie, lo recideva, inesorabile. In questo verso che allude all’ineluttabilità della vita si vede Itaca come una Moira, una delle tre , non si sa quale perché non sappiamo mai cosa ci aspetti oltre l’orizzonte.

 

[14] Lei come nei versi precedenti è riferito ad Itaca.

 

[15] I versi finali richiamano ancora una volta la poesia di Kavafis ribadendo il concetto portante di tutto il suo significato allegorico già espresso in nota 7 e ponendo l’accento sull’importanza del viaggio stesso più che della meta.

 

[16] Il sentimento più antico di tutti è l’amore, amore cui tutto il testo allude durante il viaggio. Itaca sembra non esistere, questo verso lascia volutamente in sospeso il viaggio e l’approdo perché “la mia Itaca” è ancora lontana e forse chissà si trova oltre il Capo di Buona Speranza…